Quando lo sport diventa propaganda: il caso Audace Monopoli è un precedente gravissimo

In Puglia è successa una cosa che non dovrebbe accadere. Non oggi, non mai.
L’Audace Monopoli, associazione sportiva dilettantistica, ha deciso di esporsi pubblicamente a sostegno di un candidato al Consiglio Regionale, Tommaso Scatigna FDI. Lo ha fatto con un post ufficiale, una cena ufficiale, parole ufficiali.
E questo, per chi conosce anche solo le basi della cultura sportiva italiana, è un salto nel vuoto. Uno pericoloso.
Basterebbe aprire lo Statuto del CONI per capire quanto questa uscita sia fuori rotta.
L’articolo 3 recita testualmente che il CONI deve tutelare lo sport nella sua «inalienabile dimensione popolare, sociale, educativa e culturale».
Tradotto: lo sport appartiene a tutti, non a un partito.
È un ponte, non una bandiera. È un terreno neutrale, non un palco elettorale.
E invece eccoci qui: un’associazione sportiva che si schiera. Ufficialmente. Pubblicamente. Platealmente.
Non si trovano casi simili, né negli archivi della stampa sportiva né nella storia recente delle associazioni dilettantistiche italiane.
Che dirigenti, ex giocatori o tifoserie possano avere idee politiche è naturale.
Che un’associazione sportiva in quanto tale, con il proprio nome, il proprio simbolo e la propria comunità, si metta al servizio di una campagna elettorale… questo è un altro pianeta.
La differenza è enorme. E’ pericolosa.
La domanda ora è inevitabile: cosa succede quando una ASD si mette un’etichetta politica sul petto?
Ecco qualche risposta – nessuna rassicurante:
- Le famiglie iniziano a chiedersi se per iscriversi bisogna pensarla “nel modo giusto”.
- Gli atleti rischiano di essere percepiti come appartenenti a una parte politica a loro insaputa.
- I tecnici e gli allenatori rischiano di sentirsi osservati: “sei dei nostri, sì o no?”.
- L’associazione stessa perde credibilità, neutralità e autorevolezza.
E la domanda più tossica di tutte si insinua silenziosa:
domani chi non sostiene quel candidato verrà trattato allo stesso modo?
Il gesto dell’Audace Monopoli non è solo sgarbato. È un vulnus culturale.
Un colpo alla credibilità dello sport dilettantistico, che da sempre si basa su un principio semplice: chiunque può entrare, senza essere giudicato per ciò che pensa, vota o crede.
Lo sport è l’ultimo spazio davvero libero rimasto nelle comunità: quello dove un bambino non vale per il lavoro del padre, una famiglia non vale per la sua ideologia, un atleta non vale per la sua scheda elettorale.
Forse proprio per questo la scelta dell’Audace Monopoli brucia così tanto.
A chi giova? A nessuno. A perderci? Tutti.
Questo schieramento plateale crea danni in ogni direzione:
- alla società sportiva stessa, che smette di essere percepita come inclusiva;
- agli atleti, che entrano in un ambiente diviso;
- alle famiglie, che non sanno se quel contesto è davvero neutrale;
- alla comunità, che vede lo sport trasformarsi in un’altra arena di confronto politico.
E soprattutto crea un precedente.
Perché oggi tocca a un candidato. Domani a un altro.
E dopodomani potremmo ritrovarci con associazioni “di destra” e associazioni “di sinistra”.
Uno scenario grottesco. E molto, molto pericoloso.
La vicenda dell’Audace Monopoli deve essere un campanello d’allarme nazionale.
Una sveglia per dirigenti, federazioni, istituzioni sportive e famiglie.
Lo sport non può essere trasformato in un comitato elettorale né in un biglietto da visita politico.
Chi guida un’associazione sportiva ha una responsabilità: proteggere la neutralità del campo.
Chiunque violi questo principio – chiunque, senza eccezioni – compie un errore grave.
E fa un danno non solo alla propria associazione, ma allo sport tutto.
Perché lo sport appartiene alla comunità.
E la comunità, per definizione, non ha colori.
Massimo Sportelli
