Quando il calcio giovanile dimentica i ragazzi: il caso Levante Bitritto
Nel mondo del calcio giovanile esistono principi chiari, stabiliti anche dalla FIGC, che dovrebbero essere la bussola di ogni scuola calcio: divertimento, inclusione, crescita educativa prima ancora che sportiva. A queste età non dovrebbero esistere “titolari” e “riserve”, ma solo bambini e ragazzi che hanno il diritto di giocare, imparare e vivere lo sport come esperienza positiva.
Eppure, a Bitritto, qualcosa sembra essersi incrinato.
Secondo diverse testimonianze raccolte, all’interno della scuola calcio Levante Bitritto emergerebbero dinamiche che poco hanno a che fare con i valori educativi promossi dalla federazione. Allenatori che farebbero scelte non sempre basate sul merito o sulla crescita dei ragazzi, ma su simpatie personali. Se sei “gradito”, giochi. Se non lo sei, resti a guardare o vieni impiegato marginalmente. Una logica che appartiene al calcio adulto, non certo a quello giovanile.
E non è tutto.
Quando i risultati non arrivano, invece di proteggere e guidare i ragazzi, si assisterebbe a critiche dure, talvolta eccessive, che rischiano di superare il limite educativo. Con i genitori, alcuni allenatori si mostrerebbero disponibili e cordiali; con i ragazzi, però, il volto cambierebbe. Pressioni, rimproveri pesanti e, secondo alcune segnalazioni, persino offese.
Ma dove può portare tutto questo?
Il rischio è evidente: allontanare i giovani dallo sport, minare la loro autostima, trasformare un momento di crescita in una fonte di disagio. Il calcio, soprattutto nelle categorie di base, dovrebbe essere uno spazio sicuro, dove sbagliare è parte del percorso e dove ogni bambino si sente valorizzato.
Inoltre, non si può ignorare un aspetto fondamentale: le famiglie. Oggi più che mai, iscrivere un figlio a una scuola calcio comporta sacrifici economici importanti. Pagare una quota mensile significa affidare il proprio figlio a un ambiente che dovrebbe essere educativo, sano, rispettoso. Quando questo patto viene meno, la fiducia si spezza.
Non sorprende, infatti, che alcuni genitori stiano valutando – o abbiano già scelto – di iscrivere i propri figli in scuole calcio dei paesi limitrofi. Una scelta che parla chiaro: meglio cambiare strada che accettare un sistema percepito come ingiusto.
E allora sorge spontanea una domanda: basta aver giocato ad alti livelli per essere un buon educatore?
La Levante Bitritto si fregerebbe della presenza di allenatori con esperienze anche in categorie importanti. Ma l’esperienza sul campo, da sola, non basta. Allenare bambini e ragazzi richiede sensibilità, equilibrio, capacità di ascolto. Richiede, soprattutto, rispetto.
Perché nello sport giovanile non conta chi sei stato da calciatore, ma che tipo di uomo sei oggi.
La FIGC lo ribadisce chiaramente: il calcio di base deve essere prima di tutto un gioco. Un luogo dove tutti partecipano, tutti crescono, tutti si divertono.
Quando questo principio viene dimenticato, non è solo una partita a essere persa.
Sono i ragazzi.
Massimo Sportelli
